Dall’impotenza alla consapevolezza

Capire l’ecoansia per coltivare la resilienza necessaria al cambiamento

 

La crisi climatica ha generato un forte impatto emotivo nella vita delle persone più giovani.

Parlando con un gruppo di amiche e amici, siamo finiti a riflettere sulla crisi climatica. Le emozioni emerse sono state molte, tra cui: frustrazione, tristezza, impotenza, paura, ansia, rabbia e delusione.

Mi sono resa conto, durante quella conversazione, che i ragazzi e le ragazze pensano spesso a questi temi, ma si ritrovano in una situazione di impotenza, senza sapere come contribuire concretamente al cambiamento. Molti cercano comunque di fare la propria parte, ad esempio, utilizzando borracce e caraffe per ridurre la plastica, scegliendo mezzi di trasporto sostenibili, comprando borse riutilizzabili e riducendo il consumo di carne; mentre, secondo alcune ricerche, le persone adulte tendono a compiere più spesso gesti come utilizzare una quantità minore di acqua in casa e stare attente al consumo di luce e gas. Comportamenti che, da una parte sono legati alla tutela dell’ambiente ma che, dall’altra, sono più legati a questioni economiche. 

Nonostante questi sforzi, nelle nuove generazioni rimane una forte frustrazione, legata soprattutto alla sensazione di non essere ascoltati da chi ha il potere di intervenire. Si crea, quindi, una dicotomia tra la responsabilità individuale e la responsabilità politica, che porta i giovani ad avvertire un enorme senso di colpa per la situazione ambientale, pur compiendo questi piccoli gesti quotidiani che però non sembrano mai essere abbastanza.

Questo si lega al concetto di “ingiustizia intergenerazionale”, ovvero le politiche pubbliche che tendono a favorire il beneficio immediato, poiché chi decide oggi spesso non vivrà abbastanza per subire le conseguenze a lungo termine delle proprie azioni. Nasce quindi uno squilibrio di potere, perché le nuove generazioni, e soprattutto chi non ha ancora l’età per votare, si ritrovano a gestire un’eredità di crisi e responsabilità nate da scelte su cui non hanno avuto alcun potere.

Ogni giorno leggiamo notizie sullo scioglimento dei ghiacciai, sull’aumento delle temperature e sull’impatto ambientale delle nuove tecnologie. Tutto questo contribuisce a creare una sensazione costante di disagio tra le nuove generazioni e rende il cambiamento climatico una presenza continua nelle nostre vite.

Tra le principali preoccupazioni, mie e degli amici con cui ho parlato, c’è l’innalzamento delle temperature, che nel lungo periodo potrebbe portare alla scomparsa di intere città ed ecosistemi. A rendere questa minaccia ancora più concreta sono gli eventi estremi sempre più frequenti, come le alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna negli ultimi anni, un esempio che ho vissuto da vicino.
Questi fenomeni hanno causato gravi danni a territori e comunità, ma hanno anche mobilitato migliaia di giovani nel sostegno alle persone colpite.
Episodi come questo fanno percepire il cambiamento climatico non più come qualcosa di lontano, ma come una realtà già presente e urgente da affrontare.

L’ecoansia influenza così diverse sfere della vita; la preoccupazione per il futuro si trasforma in incertezza, rendendo difficile avere una visione a lungo termine. In alcuni casi, può arrivare a influenzare anche scelte profonde, come quella di avere figli o figlie, per il timore delle condizioni in cui si troverà il mondo tra qualche decennio.

Affrontare l’ecoansia, quindi, non significa ignorare il problema, ma trovare strumenti per trasformare la paura in partecipazione e consapevolezza. Un esempio di approccio a questo tema è rappresentato dal programma Climate of Emotions sviluppato da Six Seconds.
Si tratta di un’iniziativa che pone attenzione all’impatto emotivo che la crisi climatica ha sulle persone, proponendo strumenti per sviluppare maggiore consapevolezza e resilienza, così da provare a vivere in modo più equilibrato le sfide che questa situazione comporta.

La sfida è, quindi, quella di trasformare l’ecoansia in una forma di partecipazione capace di generare cambiamento.

Paula Rucoi