“Siate voi stessi il cambiamento che volete vedere nel mondo” Mahatma Gandhi ha detto una volta. Mary Morton e Lori Evans, membri della OEA, aggiungerebbero “… e nell’ambiente scolastico”. Le insegnanti Morton e Evans sembrano aver avuto successo di quanto affermato nel titolo, se possono esserne prova il consenso unanime ricevuto da colleghi, genitori e dirigenti e la folla di uditori ai workshop e alle conferenze da loro tenute. Nel 1999 le due insegnanti elementari dell’Oregon (Evans, di Eagle Point e Morton dell’area di McMinnville) hanno cominciato a collaborare sulle modalità di usare l’innovativo concetto di “Intelligenza Emotiva” nelle loro classi. Lo scorso anno sono state acclamate relatrici sull’argomento, invitate a conferenze sul tema della leadership, da Seattle a Bologna. Nel corso di 10 anni sono diventate un punto di riferimento per coloro che cercano il modo di incrementare i successi degli studenti riportando risultati di un ottimo comportamento di classe e al tempo stesso traendo soddisfazione dal loro stesso lavoro. Quindi, come si fa per iniziare ad “essere” quel cambiamento desiderato? Le due insegnanti spiegano che si dovrebbe cominciare “da dove ti trovi”. Per loro tutto ha preso avvio da un seminario sull’autoefficacia tenuto a Eugene anni prima. Per i neofiti al concetto di Intelligenza Emotiva, prima di assumerlo come modello, il processo può cominciare con un paio di esercizi che le due hanno sviluppato per permettere agli educatori di constatare l’impatto e il potenziale dell’Intelligenza Emotiva, una specie di test iniziale, per così dire.

Definire l’Intelligenza Emotiva.

Il merito di aver coniato il termine Intelligenza Emotiva (IE), come anche il sostanziale sviluppo del suo concetto, va allo psicologo John V. Mayer dell’Università di New Hampshire e a Peter Salovey emerito docente dell’Università di Hale. Essi definiscono l’IE come “l’abilità di percepire emozioni, di integrare le emozioni per facilitare il pensiero, di comprendere le emozioni e di regolare le emozioni per promuovere la crescita personale”.Daniel Goleman, rinomato autore e professore all’Università di Harvard, ha contribuito a stabilire un buon fondamento di interesse per la IE con il suo volume del 1995 “Intelligenza Emotiva”. Ha descritto IE (o EQ, in contrasto con IQ) come un vasto ventaglio di competenze e abilità che guidano la performance della leadership personale.Altri studiosi, ricercatori e “somministratori di test” della pratica hanno da allora completato la definizione di IE come segue:* Consapevolezza di Sè: saper leggere accuratamente le emozioni e riconoscere il loro impatto, per poi usare l’intuizione o la guida interiore nel prendere le proprie decisioni.* Gestione di Sè: controllare le emozioni e gli impulsi; essere capaci di adattarsi alle circostanze mutevoli* Consapevolezza Sociale: l’abilità di sentire, capire e reagire alle emozioni altrui mentre si comprende il contesto in senso lato

* Gestione della relazione: l’abilità di ispirare, influenzare ed aiutare lo sviluppo degli altri nella gestione dei conflitti.

Cosa c’entra l’IE con l’ABC

Joni Parsons, dirigente della scuola elementare di Eagle Rock ad Eagle Point, dove Lori Evans insegna nella classe quinta, dice che la IE è strettamente connessa all’uso, già esistente nella sua scuola, di un atteggiamento ispirato al comportamento positivo.”La cultura della scuola era pronta per lavorare con il metodo dell’Intelligenza Emotiva” dice Parsons “l’IE offre una migliore comprensione di ciò che le persone fanno e delle conseguenze delle loro azioni”. I cambiamenti che le due insegnanti cercano di implementare nelle classi non sono fuori dal comune: chi non vorrebbe una classe pacifica in cui l’ambiente di apprendimento sia tale che gli studenti siano cooperativi, desiderosi di raggiungere risultati e dove gli insegnati siano connessi tra loro e impegnati in un processo di costruzione creativa?

Cominciare

Il primo giorno di scuola nella scuola elementare Wascher di McMinnville, Mary Morton annota aggettivi suggeriti dai 20 bambini della sua classe seconda su un piccolo poster intitolato “Noi vogliamo creare una classe che sia…”. I bambini individuano termini divertenti, sicuri e rispettosi , scelti tra una dozzina o più elencati. Una volta che gli studenti hanno siglato il cartellone con i loro nomi, la lista diventa un accordo che guida il comportamento sia degli adulti che degli alunni di quella classe. Già da quel giorno l’accordo aiuta a zittire le chiacchiere di sottofondo, fa restare tranquillo al suo posto un bambino particolarmente irrefrenabile e rinforza nei comportamenti valori positivi come responsabilità, lavoro di squadra e ascolto attivo. All’inizio del nuovo anno scolastico le insegnanti hanno occhi e orecchie ben attenti a cercare segnali per comprendere, dai dettagli, gli aspetti caratteriali di ogni bambino: elementi di forza, paure, tendenze personali e altre qualità. Utilizzano successivamente queste informazioni per entrare in contatto con gli studenti, e costruire rapporti di fiducia proprio a partire dal riconoscimento delle specifiche e uniche abilità individuali.

Allora, per esempio, quando la maestra Morton il primo giorno in classe aveva notato un bambino che era molto calmo, timido e di ineccepibile comportamento, il giorno successivo prima dell’inizio delle lezioni, lo aveva avvicinato nel corridoio dicendo:”Luke, ho notato come sei svelto ad apprendere, come sei attento e quanto sei bravo come studente. Abbiamo in classe due alunni che sono stati molto assenti da scuola lo scorso anno, e che sembra che non sappiano ciò che tu sai a proposito di come si sta in classe, nè come si può lavorare assieme. Ti piacerebbe essere loro d’aiuto per far capire a quei bambini come funzionano le cose nella nostra classe?” Luke aveva esitato ma continuato a tenere gli occhi fissi sulla maestra “Uhm… Ok, penso di sì”, aveva risposto, infine, traballando e arrossendo un po’.

Notando i suoi timori, la maestra l’aveva rassicurato che sarebbero stati partner nell’impresa e che, se si fosse sentito a disagio in quel ruolo sarebbe stato più che lecito che glielo avesse fatto sapere.

“La mia esperienza di te”

Costruire un rapporto di fiducia con se stessi è la pietra angolare dei propri successi. Senza di questo, gli studenti possono arrivare a credere cose inimmaginabili di se stessi: sono brutto, stupido, debole, grasso, magro, incompreso, non degno d’amore. Un esercizio (La mia esperienza di te)  che l’insegnante svolge con la classe, aiuta a far manifestare gli stati d’animo anche al bambino più timido e favorisce la distensione di quelli più aggressivi. Agli studenti viene richiesto di prendere appunti degli attribuiti dei loro compagni per una settimana o due, l’esercizio non è inteso per essere un esercizio di promozione personale, ma piuttosto un’onesta e postivo apprezzamento dei lati migliori e funesti di ogni persona. Seduti in cerchio, ciascuno dice a voce alta quello che ha osservato degli altri. A turno ogni studente prende posto al centro del cerchio: “la mia esperienza di te è… che sei bravo a disegnare; la mia esperienza di te è… che conosci la geografia; …è che tratti tutti con dolcezza”. “È uno dei tanti modi che usiamo in classe per celebrareare. Noi usiamo molto le celebrazioni”.

“Mappe di Impatto”

Parte del processo di apprendimento implica fare i conti con la capacità di rendersi conto delle proprie azioni e assumersi la responsabilità delle rispettive conseguenze. Costruire una mappa di impatto è un istruttivo, facile modo di insegnare questo assumersi la responsabilità, che è l’elemento primario dell’IE. I personaggi della letteratura infantile, quando le fiabe siano ben note agli alunni, possono aiutarci ad introdurre il concetto di impatto. Per esempio, Biancaneve o Cenerentola: ognuna di queste due fanciulle, con il suo comportamento, ha un impatto sugli altri personaggi della storia; allo stesso modo, ciascuno degli altri protagonisti influisce su ognuna di loro con il suo impatto. Le insegnanti Morton ed Evans fanno disegnare linee rosse per collegare i personaggi che si impattano negativamente e linee verdi tra quelli dove si verifica un impatto positivo. Una volta che gli studenti colgono il senso, lo cominciano a rivolgere alla loro esperienza personale, dentro e fuori dalla classe.

Madison, figlia di Noelle Allreds ha appreso ad utilizzare le mappe nella classe della maestra Evans. “Madison aveva usato una mappa d’impatto in una situazione di conflitto in classe e questo aveva rappresentato, per lei, un’esperienza molto forte. Tuttavia, l’uso di questo strumento al di fuori del contesto scolastico, è stato veramente quello che mi ha dimostrato le reali potenzialità di questo mezzo” ha dichiarato sua madre.

Il capo degli scout di Madison le aveva chiesto di provare alcune nuove attività di gruppo. “Madison aveva rifiutato risolutamente mostrando anche mancanza di rispetto”, ricorda sua madre. Sebbene in modo gentile, il capo scout aveva reagito dicendole cose poco belle. “Cosa possiamo fare per risolvere il problema?” aveva chiesto la madre alla figlia, avendo appreso quanto sia essenziale offrire ai bambini la possibilità di scegliere. Madison aveva pensato un momento e aveva deciso che le sarebbe piaciuto fare una mappa di impatto della situazione e darla al suo capo. Non molto dopo, la signora aveva ricevuto una chiamata dalla donna che le aveva risposto in tono molto emotivo: “Sono rimasta molto, molto colpita da quello che ha fatto la sua bambina per me” aveva detto il capo scout ammettendo le sue responsabilità nel conflitto. L’incidente aveva creato, da quel momento, un forte legame tra Madison e il suo capo scout. “È stata un’incredibile esperienza di apprendimento per tutti noi. Madison ha imparato a prendersi la responsabilità dei suoi errori e del perdono, e io ho imparato che i bambini possono insegnarmi molto di più di quello che credevo”.

Evans sostiene di aver utilizzato recentemente nella sua scuola il modello delle mappe di impatto con lo staff della mensa: “La mia classe aveva l’abitudine di arrivare tardi a pranzo; mi ci è voluto un po’ di tempo per realizzare l’impatto che questo aveva sulle persone che servivano il pasto, io mi sono scusata e abbiamo cambiato il nostro comportamento”.

Il linguaggio dell’IE

Entrambe le insegnanti ritengono che il modo in cui noi formuliamo il nostro linguaggio nel rivolgerci agli studenti darà forma alla relazione stabilendo tra noi e loro un legame o una barriera. Consideriamo, per esempio, la seguente serie di scelte linguistiche:

Vecchio paradigma: “Vai a posto, smettila di infastidire gli altri e bada ai fatti tuoi”.

Nuovo paradigma: “So che sei un bravo aiutante e che ti piace aiutare i suoi i tuoi compagni, ma mi piacerebbe che avessero la possibilità di provare da soli.

Vecchio paradigma: gestione di classe, “Io ti sto insegnando” (gerarchico)

Nuovo paradigma: leadership nella classe, “Stiamo imparando insieme” (collaborativo)

Vecchio paradigma: “Se non la smetti di dare spintoni agli altri, ti mando di nuovo dal Preside”.

Nuovo paradigma: “Credo fermamente sia utile salvaguardare la sicurezza di ciascuno. Quindi, quando giochi in questo modo, mi preoccupo che qualcuno si possa far male; penso che anche tu non voglia che succeda, no?”

Shelly Shilhanek, genitore e insegnante di classe quinta, racconta come suo figlio più piccolo aveva colto il suo “essere studente” durante il corso della seconda con l’insegnante Morton: “Jackson non andava molto bene a scuola in prima, forse perchè sia sua sorella gemella che suo fratello maggiore perseguivano buoni successi scolastici. Lui, invece, è un guerriero. Si accorgeva di non poter fare così bene come i suoi fratelli e si era rapidamente ritirato in un guscio, con la convinzione di essere stupido”.

L’insegnante incoraggiava tutti a leggere a voce alta in classe, ma Jackson era timido e mancava di sicurezza nella lettura.

“Mary non lascia mai che un bambino creda che non ce la possa fare” precisa la signora Shilhanek “E’ molto in sintonia con i bambini, riesce a notare se qualcuno è a disagio per qualche ragione: li fa sentire sempre rispettati e al sicuro”.

Con il gentile incoraggiamento da parte dell’insegnante e l’esercizio a casa, Jackson gradatamente conquistò interesse e più sicurezza nel leggere: portava a casa da leggere interi capitoli affrontandoli con sforzo tenace, aiutato dal supporto della famiglia. Poco tempo dopo era in grado di esprimere la sua soddisfazione nel considerarsi un “buon lettore” e ne dava prova reale leggendo a voce alta in classe.

“In un solo anno nella classe di Miss. Morton, Jackson passò dal sentirsi un bambino che credeva di non saper fare niente, sentendo profondamente il disagio dei suoi fallimenti, a leggere molto al di sopra della media per la sua età, riuscendo anche a spiegare il come farlo ai bambini più piccoli di lui. Ho largamente attribuito questo suo successo al modo in cui l’insegnante utilizza l’approccio IE per far riconoscere ai bambini quali sono i loro speciali talenti” conclude la mamma di Jackson.

IL LINGUAGGIO DELLE EMOZIONI

“E’ importante far esprimere ai bambini il loro vissuto” dice Miss. Morton e suggerisce che gli insegnanti potrebbero, per stimolarli, rivolgere loro domande del tipo “sei infastidito o nervoso?” Rammenta una volta di aver richiamato in classe un bambino per metterlo di fronte al risultato di un compito che era stato sorprendentemente insoddisfacente. “L’alunno non manteneva il contatto con gli occhi e quandio gli ho chiesto se pensava che fossi arrabbiata con lui aveva annuito. Così l’ho invitato a guardarmi in faccia mentre mostravo un’espressione veramente arrabbiata” continuando “Questa è una faccia arrabbiata, per me”. Poi lo ha guardato con un’espressione preoccupata domandandogli: “Vedi rabbia ora?” e il bambino aveva asserito di no. Ha spiegato: “se un bambino crede che ci sia rabbia nelle reazioni dell’insegnante, l’apprendimento ha un arresto”.

PILLAR FOUNDATION

Spesso,  Miss. Morton e Miss. Evans sono invitate dalle loro colleghe  a stabilire modelli di IE nelle altre classi. Talvolta dirigenti e insegnanti supplenti sostituiscono le due maestre per meglio comprendere e diffondere la pratica dell’Intelligenza Emotiva all’interno della scuola. Inoltre, per portare la pratica al di là delle mura scolastiche delle loro istituzioni, le due colleghe hanno fondato un’organizzazione no-profit denominata “Pillar Foundation” che basa i suoi principi su quattro punti cardine della IE: padronanza di sè, impatto, intenzione e linguaggio.

L’organizzazione fornisce risorse e do*****entazioni sulle pratiche dell’IE ai distretti scolastici, agli insegnanti, alle famiglie e direttamente agli studenti: guide, consulenze, tutoraggio, curricoli, progrmmazioni e corsi di aggiornamento/workshop concernenti i quattro principi di riferimento.

Miss. Morton precisa “è importante sottolineare che i percorsi di IE sono rivolti, oltre che ai docenti, anche a tutto il personale che opera nella scuola, dai bidelli agli autisti degli scuola-bus”.

Al di là dei brevi interventi e giornate di formazione, il loro obiettivo è di creare opportunità di corsi di formazione intensivi (di tre o quattro giornate) sul territorio, per tutti coloro che sono coinvolti in ambito educativo. Il sito della biblioteca on-line della fondazione offre una vasta gamma di materiale letterario a supporto dello sviluppo di una consapevolezza sociale ed emozionale.

IE COME APPROCCIO INTEGRATO E NON COME AGGIUNTIVO

Kira Donovan, dirigente della scuola primaria di Wascher, dove  Miss. Morton lavora, precisa: ” Io e Mary abbiamo lavorato insieme per predisporre lezioni che affrontano i progammi del curricolo, così da favorire per gli alunni sia lo sviluppo delle conoscenze che del comportamento sociale. La cultura della nostra scuola si basa su tre regole fondamentali: sicurezza personale, rispetto e responsabilità. Il nostro obiettivo è che tutti gli alunni della scuola escano conseguendo il massimo grado di competenze e la scuola, nella sua interezza, può far molto per fornire supporto al perseguimento di obiettivi come questo.

l’IE gioca un ruolo importante in educazione sia per il linguaggio che si impara ad adottare che per il cambio di comportamento che produce sia da parte dei bambini, sia da parte degli adulti: io stessa ho imparato ad interagire diversamnte con gli altri, rispeto al mio ruolo da dirigente. La disciplina continua ad ad essere una questione spinosa, ma rigorosi provvedimenti disciplinari, di per sè, non possono determinare cambiamenti consistenti di comportamento. Per questo, uso comunemente in classe il linguaggio suggerito dalla IE, rivolgendomi a tutti ibambini e incoraggiandoli a fare lo stesso. Per esempio,invece di dire sono arrabbiata, dico che sono preoccupata e che mi curo del loro successo; li invito a considerare gli avvenimenti per capire cosa è successo e per valutare le scelte fatte. Questo aiuta i bambini a mantenere la padronanza di sè rispetto alle azioni compiute. Successivamente, pensiamo a quali azioni possiamo svolgere per aiutare i bambini a non ripetere gli stessi errori”.

RISULTATI

“E’ bellissimo constatare i risultati di un insegnamento basato sull’IE” afferma Joni Parsons, dirigente della scuola Eagle Rock “vedo i bambini di classe quarta aver difficoltà nelle amicizie, nel seguire le regole stabilite e negli apprendimenti disciplinari e non vedo l’ora che passino alla classe quinta, dove insegna Miss. Evans, perchè così non li ritrovo più mandati punitivamente nel mio ufficio”.

“Quando si comincia ad utillizzare l’IE, è come se si acquisisse una specie di seconda natura” rivela Kelly Carlson, una dirigente di Mc Minnville che è parte del programma di Master condotto da Miss. Morton “Programma di Livelli Curricolari” presso la Portland State University. “Mi conduce a sforzarmi di rallentare, pensarci sopra, pensare a come il mio comportamento mi ha fatto sentire, quale comportamento mi piacerebbe assumere e quali potrebbero essere i risultati in assenza o in presenza di quel cambiamento”.

Mason Marshall, che lavora nel team di Miss. Evans, dice di aver notato una diretta correlazione tra un arricchimento nell’autostima dei ragazzi e i loro successi scolastici, quale rusultante dei percorsi di lavoro svolti sull’IE. M.Morton, nel suo programma del Master ha previsto di quantificare i dati relativi a questo risultato. Mason crede anche che l’impostazione tenuta nella scuola abbia anche modificato per il meglio le sue relazioni al di fuori del lavoro: “ho davvero impiegato molto tempo a pensare come le mie azioni possono avere un impatto sulle persone che mi stanno intorno. Questo credo che mi abbia tenuto lontano dai guai, specie in certe situazioni”.

SEI COSE CHE PUOI FARE PER INIZIARE UN PERCORSO DI IE

Trova a scuola una persona, o meglio un gruppo, con cui confrontarsi e condividere idee ed esperienze.

  • RICERCA ON-LINE: esistono molte risorse disponibili che spiegano come le persone utilizzano l’IE
  • OSSERVARE GLI ALTRI mentre utilizzano tecniche basate sull’IE nelle loro classi
  • CIRCONDARSI di persone positive e allenarsi ad essere di supporto agli altri senza esprimere giudizi o incolpando gli altri per le loro azioni
  • RICOSTRUITE UN CLIMA positivo in classe e cominciate ad implementare alcune tecniche prese dalle esperienze considerate
  • EFFETTUATE CONTROLLI con gli studenti, come individui e come gruppo; il feedback ricevuto vi consentirà di sapere cosa sta e cosa non sta funzionando per loro.
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